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GARY LUCAS plays THE GOLEM
MALAGA CINEMA FESTIVAL 09 - Centro Cultural Provincial

26 Giugno 2009, Ore 22.15

di Marina Conti

Spinto dal sacro fuoco di una grande curiosità ed intuito che possiede fin dai suoi esordi artistici, Il chitarrista americano Gary Lucas ( nato a Syracuse, New York, da genitori ebrei), ci prova gusto nel dare vita a progetti spesso bizzarri - in un linguaggio chitarristico assolutamente d’avanguardia ed originale- ma anche nel ri-portare alla luce capolavori appartenenti al passato, talvolta dimenticati dai più ma che lui abilmente rispolvera e tira a lucido, restituendo loro un’aspetto perfino più brillante di quello concepito all’origine.
Questo ha dimostrato di saper fare con il suo progetto di musiche originali scritte per la sonorizzazione del film muto degli anni ’20 “Der Golem”, del regista tedesco Paul Wegener ( precedentemente romanzo scritto nel 1915 dallo scrittore ed esoterista Gustav Meyrink), presentato lo scorso 26 giugno 2009 in occasione della data di chiusura del Festival del Cinema di Malaga, presso il Centro Culturale Provinciale. Seduto e armato di pedaliere, effetti, uno schermo e due chitarre, Gary Lucas ha lasciato a bocca aperta il pubblico suonando per 70 minuti filati, dimostrando che ciò che viene dal passato non sempre è da considerare roba vecchia ma spesso racchiude un valore unico ed immortale da non dimenticare.
“ Der Golem” si ispira alla leggenda ebraica del golem, termine che deriva dalla parola gelem e che significa "embrione". Intorno alla sua figura ruotano in realtà varie leggende ebraiche più o meno della stessa matrice, che narrano di pratiche magiche nascoste nel linguaggio della Cabala e di chi, venendone a conoscenza, poteva creare un mostro di argilla ( il Golem appunto) utilizzato come servo ubbidiente per svolgere lavori pesanti, e come difensore del popolo ebraico in continua fuga. “Der Golem” di Wegener è ispirato alla leggenda che vede protagonisti Rabbi Low e la comunità ebraica di Praga sotto il Regno di Rodolfo II. Originariamente concepito come film muto in bianco e nero, la pellicola sembra essere stata tirata fuori da un vecchio cassetto ed immersa in una tinozza di colori cangianti, con Gary Lucas che riesce a fonderli in perfetta sincronia con il suono. Efficacissimi i leit motiv che caratterizzano i personaggi e che sembrano richiamare quelli utilizzati dal compositore tedesco Richard Wagner nella stessa breve sequenza di note che ritornano in differenti combinazioni, ogni volta che il personaggio di turno entra in scena. Lucas deve apprezzare particolarmente l’opera di Wagner, visto l’omaggio a lui rivolto con la rivisitazione della celebre composizione“Ride of the Valkyries” , fra l’altro contenuta all’interno dell’album dedicato “a tutti i fratelli e le sorelle dipersi, ovunque” dello stesso Gary Lucas ( “Street of Lost Brothers“ - 2000, Tzadik). Nella cupa e surreale atmosfera del silent movie, la musica traduce perfettamente le “voci” e i sentimenti dei personaggi: rabbia, dolore, speranza, angoscia, delusione e passione, a testimoniare che ancora una volta il suo linguaggio universale non necessita sempre delle parole essendo di per sé il vero sottotitolo che dà espressione all’anima, al di là di qualunque confine sociale, razziale, temporale.
 

www.garylucas.com 

 

 

“MANDALA: The Journey of a Dancer, Daniel Ezralow”
REGIA: Guido Santi
PRODUZIONE: Monica Dalsasso, 2000 Mandala Documentary Partners LLC
SCENEGGIATURA: Daniel Ezralow
MUSICHE: Michel Colombier

di Marina Conti

“Mandala: The Journey of a Dancer: Daniel Ezralow” è il titolo del film documentario basato sulla fusione di tecnologia, musica ed immagini realizzato nella città italiana di Fermo e scritto da Daniel Ezralow, considerato uno dei migliori coreografi-ballerini americani sulla scena internazionale.
Uno spettacolo multimediale ( in cui è unico ballerino e coreografo) che documenta i pensieri intimi e i processi creativi dell’artista mentre sviluppa nell’arco di diversi anni il suo one-man-show. Il documentario rivela la fonte di ispirazione di Ezralow per la sua stesura ( il romanzo “Siddharta”di Hermann Hesse) , tracciando gli elementi della sua formazione artistica in un percorso continuo di creatività e principi sinestetici.
L’immagine circolare e simbolica del Mandala, usata tradizionalmente come aiuto per la meditazione e la scoperta di se stessi, costituisce la base strutturale e concettuale per questo spettacolo. Secondo la filosofia buddista il mandala sarebbe lo strumento della tecnica di meditazione rituale che riflette i diversi livelli di coscienza di chi lo contempla, e la sorgente della forza unificante e risanatrice di cui è tramite. Un processo evolutivo che indica il sistema mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro.
In un’ intervista Daniel Ezralow cita il buddista Choghyam Trungpa Rinpoche ed il suo concetto di mandala che deriverebbe dall’unione di tre mondi connessi fra loro, formati a loro volta dal mandala interno ( la relazione tra noi ed il nostro corpo), il mandala esterno ( la relazione tra noi e il mondo che ci circonda) e il mandala segreto ( la relazione tra noi e le nostre emozioni).

Per la realizzazione del documentario sono state utilizzate immagini girate da Ezralow in due anni di esperimenti in giro per l’Europa, con una steadycam composta da tre piccole telecamere sincronizzate. Sulla base emozionale di ciò che attraeva il suo sguardo, ha scoperto così un originale senso di prospettiva tridimensionale creando un set pentagonale con 3 schermi sui quali proiettare in sincrono i 3 film editati, per ricostruire l’effetto panoramico delle 3 telecamere. Una struttura avvolgente nella quale danzare accelerando e rallentando le immagini, rendendo visionaria l’atmosfera in cui lo spettatore si ritrova immerso in un processo di immedesimazione con l’opera.

“Mandala” richiama alla mente i principi del manifesto espressionista dei primi del Novecento, “Der Blaue Reiter”, che vide pionieri il pittore Vasilij Kandinskij e il compositore Arnold Schonberg. Insieme concepirono una nuova arte nel presagio della sinestesia ( la reazione incrociata dei sensi, dove un senso stimola l’altro) .“E’ indispensabile ora cogliere nelle cose materiali e nelle cose astratte l’elemento spirituale, che rende possibili infinite esperienze”- dirà in seguito Kandinskij nel suo testo “ Lo spirituale nell’arte” (1912).
Ezralow sembra ripercorrere per certi versi quegli stessi percorsi sinestetici, fotografati in Mandala come punto di arrivo e di svolta del suo modo di concepire e percepire la danza; documento di un’espressività decisamente estemporanea e di rottura rispetto alla concezione della danza tradizionale, che si svincola dalla tecnica quando questa viene erroneamente incanalata in blocchi emozionali piuttosto che essere concepita come mezzo attraverso il quale arrivare alle proprie emozioni.
Le musiche composte dal pianista francese Michel Colombier, aggiungono la potenza suggestiva del suono al forte impatto visivo della danza unita alle immagini.

“Mandala” è il viaggio interiore attraverso il quale Daniel, come Siddharta, è alla costante ricerca dei sensi e di un nuovo significato da dare alla sua vita e alla sua arte, in un “work in progress” in continua evoluzione, come testimoniano le sue parole : “Non mi piace sentirmi perso, ma mi succede spesso e così deve essere…fa parte del mio lavoro. Io credo che se non perdi te stesso, non trovi niente….”
Ne consiglio la visione non solo agli amanti della danza ma in generale a tutti coloro che riescono a cogliere nell’opera d’arte l’aspetto mistico e spirituale della sua vita interiore, elemento fondamentale e pertanto libero da qualunque regola o canone estetico.


Si ringrazia:
Fabrizio Pesiri - Fondazione Libero Bizzarri

Per contatti:
Mandala Documentary Partners
ernesto.dalsasso@libero.it


Biografia Daniel Ezralow:

http://www.agrassociati.it/AGR/UI/scheda.asp?id=187&idCat=8
 

     
   
 

 

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